La “Medea” di Pasolini: una Callas stupenda e un’opera riuscita a metà

Non è mai semplice riuscire a parlare compiutamente e con sicurezza di un film di Pier Paolo Pasolini: oggi proviamo a farlo riguardo la sua “Medea“.

Il film esce nel 1969 a due anni di distanza dall’altra trasposizione cinematografica pasoliniana di una tragedia greca, ovvero “Edipo Re“. Nel frattempo, tra i due lavori, ci sono stati altri due film di carattere completamente diverso, quasi saggistico (“Teorema” e “Porcile“).

La trama della pellicola è ben nota: Giasone, dopo aver ottenuto il vello d’oro con l’aiuto di Medea (dotata anche di poteri magici) e dopo aver avuto due figli con lei, tradisce il letto nuziale per sposare Glauce, figlia del re di Corinto Creonte per diventare così il diretto discendente al trono. Questo evento (il tradimento del talamo nuziale nell’ideologia greca era l’offesa più grande che una donna poteva subire) scatena il furor di Medea che è implacabile nella sua lucidità vendicatrice. Prima con la magia uccide Glauce e il re stesso, poi assassina i due figli per poi mostrarne le membra a Giasone non dandogli modo nemmeno di seppellirli.

Pasolini, tuttavia, parte da molto prima nel raccontare la storia. Per la precisione dall’infanzia di Giasone e poi dalla spedizione degli Argonauti. Tutta questa porzione di racconto – che dovrebbe essere secondaria visto che la tragedia di Medea ha il suo fulcro nelle azioni legate alla rabbia vendicatrice della donna – viene decisamente dilatata andando a occupare di fatto interamente la prima ora del film.

In questo senso la prima ora sembra un po’ girare su sé stessa perdendo ingiustificatamente il filo narrativo come se Pasolini ci tenesse a mostrarci il contesto in cui gli accadimenti avvengono (sono, per esempio, mostrati con vividezza anche dei sacrifici umani) con fortissimo realismo, ma è come se fosse insoddisfatto del risultato eccedendo quindi nello spazio dedicato a questi momenti.

Medea Pasolini Callas
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas

La seconda parte, che dovrebbe essere quella dove si sprigiona tutta la forza emotiva prima contenuta, non sembra mai decollare e incidere nel modo giusto, lasciando lo spettatore sì colpito e inorridito, ma pur sempre distante da quel dolore e mai veramente compartecipe.

Se in “Edipo Re” il grande lavoro fatto sulla scenografia e sul contesto generale studiato in modo da riprodurre in modo arcaico e realistico l’antica Grecia, era unito a una sceneggiatura altrettanto solida, qui questa seconda prerogativa pare un po’ venire meno. La scelta di girare un film con pochissimi dialoghi (in certi momenti è, praticamente, un film muto) rimane forse inefficace: un dialogo intenso e serrato sarebbe potuto servire per sprigionare tutto il pathos presente nella tragedia euripidea. Un pathos che, invece, qui risulta contratto e inesploso.

Di pregevole fattura rimane appunto la scenografia e la creazione del mondo antico pasoliniana: la scena del sacrificio umano è tanto cruda quanto realistica e verosimile. Solo che a volte, Pasolini sembra adagiarsi troppo su questo aspetto tralasciando un po’ la storia da raccontare.

Da ricordare anche l’interpretazione della Callas che riesce spesso con l’intensità dei suoi sguardi a riassumere in sé la rabbia vendicatrice di Medea unita alla sua razionalità quasi disumana nella creazione del piano contro Giasone.

Insomma, se dobbiamo schierarci, “Edipo Re” ci sembra un film riuscito. “Medea” un po’ meno.

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